Da sempre considerata l’arte dei poveri, l’artigianato era il fulcro dell’economia salentina, una vera e propria espressione dell’arte popolare svolta con impegno e passione e, a volte, anche per bisogno. Rappresenta oggi una delle realtà produttive ed economiche della zona, e si è registrata una forte ripresa soprattutto grazie al turismo. Nonostante il susseguirsi dei vari mutamenti sociali, culturali e politici, l’artigianato salentino ha saputo mantenere vive le sue tradizioni limitando, se pur in maniera ristretta, l’innovazione tecnologica di determinati settori, tramandando quelle che erano le tecniche di lavorazione del passato.
Un oggetto che caratterizza molte pagine di libri illustrativi e storici dell’aritgianato salentino, sin dai tempi più remoti, è la trozzella messapica, a decorazione floreale, fatta di creta, una sorta di anfora con due anelli laterali utilizzati per la presa dell’oggetto stesso. I messapi erano dei popoli abili nella sua lavorazione e molti di questi reperti, trovati soprattutto nelle tombe o catacombe messapiche, sono custoditi in molti musei come il museo di Castromediano a Lecce. La terracotta è l’altra attività tipica del sud salento, e strumento essenziale per la sua lavorazione è il tornio, dal quale la terracotta prende centinaia di forme. Ancora numerose le botteghe e i negozietti che mostrano o vendono i prodotti dell’artigianato locale, suggestivi proprio per la presenza dei “mastri” che realizzano in tempo reale piccoli oggetti con materiali poveri e caratteristici di questa terra. Fra le viuzze di molti comuni del Salento si possono incontrare piccole botteghe dove viene lavorata la cartapesta, la pietra leccese, il legno, la ceramica, la terracotta e tanto ancora.
Il Salento è una terra ricca di fascino per l’arte e la sua storia ma lo diventa ancor di più grazie alle credenze, cultura popolare, feste e sagre popolari, che mantengono vive le tradizioni di un tempo. I paesi si trasformano dando vita a scene teatrali dove il turista ha la possibilità di conoscere e sentire il calore e l’accoglienza della nostra gente. Non c’è piazza salentina che non abbia una festa o una sagra e i paesi sfoggiano addobbi illuminari che diventano tante gallerie gremite di gente. Si venera il Santo Patrono con processioni, preghiere e sono ancora parte della cultura del territorio antichi rituali che fanno capire i valori, la saggezza e l’animo di un popolo legato, quasi in modo morboso, alla sua terra e alle sue radici. Una delle più grandi tradizioni salentine ha a che fare con il fuoco e si svolge il 19 marzo in onore a San Giuseppe. Vengono preparati dei grandi falò, con rami di pino e ginepro usati per il presepe e tutta la legna inutilizzata durante l’inverno e la leggenda narra che queste “focareddhre” venissero accese per scaldare il Santo, offrendo in dono anche del cibo. Un’altra pittoresca tradizione è quella della “Caremma” (deriva dal francese careme, che significa Quaresima), che non è altro che un pupazzo fatto di paglia che prende le sembianze di una brutta vecchietta vestita di nero e questo lutto rappresenta la fine del carnevale. Le caremme vengono appese dalle terrazze quaranta giorni prima della Santa Pasqua, e la tradizione vuole che sia un periodo di astinenza e penitenza, infatti ai piedi della vecchietta c’è un’arancia con sette penne, una per ogni settimana di sacrificio che precede la festività di Pasqua.
Ormai famosa anche in Oriente, il ballo della pizzica è un rito, un culto, una testimonianza che spesso va oltre ogni spiegazione e logica. Si tratta di una danza terapeutica che ha origine nell’antichissimo rito di guarigione delle tarantate, durante la messa/esorcismo del 29 giugno, che si svolge ancora oggi nella cappella di San Paolo a Galatina. La taranta è un ragno velenoso, dal quale deriva il nome della danza. Una volta che il veleno è entrato in circolo provoca stati di forte agitazione psico-motoria seguiti da violente emicranie e rigidità muscolare ed attacchi epilettici. In questo caso, il fenomeno del tarantismo rappresenta la frustrazione psichica, economica e sciale del singolo individuo, e non a casa, ad essere pizzicate erano le donne. Una volta pizzicata, la “tarantata” ballava per ore in preda all’epilessia fino a quando, stremata, finiva per terra priva di sensi. Nato nel medioevo, il fenomeno del tarantismo è in sostanza scomparso, anche perché considerato sinonimo di arretratezza e vergogna. Rimane solo la musica e la danza come espressione di una tradizione mai dimenticata. Strumenti principali per produrre questa musica così coinvolgente sono il tamburello, i sonagli e la voce dei cantanti che con le canzoni raccontano tutto ciò che il trascorrere del tempo non è riuscito a far dimenticare alla gente del Sud.